GIORNI DELLA MEMORIA

Musica e Shoah: gli spartiti ed il senso di libertà

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Sin dall’antichità la Musica ci ha accompagnati nella nostra storia di umani, ed è persino possibile che abbia favorito la nascita della società stessa, creando legami notevoli nella danza e nel canto. La musica nasce ovunque, dalle strade impolverate ai posti più eleganti, come i salotti di un tempo, dai luoghi di estrema povertà alle corti principesche, nei campi agricoli o sui palcoscenici dei tanti teatri: ovunque essa prenda vita, allevia solitudini, induce calma, porta gioia e serenità, scandisce il ritmo delle fatiche umane, ricorda momenti belli e tristi, legati a specifici eventi, evoca tradizioni e riti, dando colore alle emozioni.

Eppure quando 74 anni fa, il 27 gennaio 1945, furono abbattuti i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz e l’orrore del genocidio nazista venne rivelato al mondo, non si pensava certamente di poter trovare tra armi, flaconi di medicinali e profumi, bigiotteria, orologi, scarpe, spazzole, frammenti di stoviglie e di oggetti in porcellana, chiavi di cancelli e capannoni, un vero e proprio patrimonio musicale di grande prestigio….la musica nasce ovunque…è vero.. ma lì ci riusciva difficile trovarne una sua giusta collocazione, in un luogo privo di dignità dove la vita non aveva valore.

I musicisti internati nei lager nazisti furono oltre 1600 e le partiture composte furono cinquemila, “solo il 10 per cento delle quali totalmente recuperate, circa 500 composizioni”, musica sopravvissuta grazie a sacchi di juta (materiale resistente all’usura ed intaccabile da muffe) a pezzi di stoffa e persino ai rotoli di carta igienica.

Nei campi di prigionia non c’era dunque soltanto il silenzio agghiacciante delle notti, squarciato dagli urli delle sirene, o il lamento dei prigionieri e le grida delle guardie, o l’abbaiare dei cani e delle SS allo sferragliare dei treni… c’era soprattutto il gracchiare degli altoparlanti che diffondeva ordini di servizio, ma anche musica da ballo, per dare la sveglia o avviare al lavoro forzato, per celare ciò che non doveva vedersi ..per creare apparenza… un clima finto di serena accoglienza. Esistevano perfino orchestre, c’era   musica, tanta musica e di ogni genere: classica e da ballo, jazz, inni, opere liriche, canzonette, cabaret, oltre quella sacra, ebraica, cattolica, protestante. Essa veniva composta su richiesta dei comandanti dei campi, suonata continuamente per scandire il ritmo della vita dei prigionieri, nei campi per organizzare le giornate, durante le adunate e soprattutto per le esecuzioni, come le ninne nanne suonate addirittura per i bambini, mentre venivano condotti nelle camere a gas. Tanti erano i deportati, intellettuali, letterati, artisti, musicisti che sapevano suonare: fu per loro un modo per dissolvere l’odio, non pensare agli orrori e continuare a vivere; essi esprimevano paure, speranze, tormenti e cercavano di superare o dimenticare, per un breve tempo, la loro quotidianità. La musica diventava così libertà, speranza, protesta, resistenza, perfino azione politica.

 In “Se questo è un uomo” Primo Levi, che aveva visto dirigere il direttore d’orchestra polacco Simon Laks, scriveva ricordando che nel campo ad Auschwitz nessun prigioniero comune era sopravvissuto: «Restavano solo i medici, i sarti, i ciabattini, i musicisti, i cuochi….gli amici o compaesani di qualche autorità  del campo..

A seconda dei campi di concentramento, un’orchestra costituita da detenuti, oppure un singolo solista, accompagnava l’evento con il cosiddetto “Tango della morte”, un palese insulto alla dignità dell’individuo…

«Ad Auschwitz – racconta lo studioso F. Lotoro, 52enne pianista e compositore di Barletta, che in oltre 20 anni ha recuperato migliaia di spartiti, facendo risuonare tante melodie che tra il 1933 e il 1945 i prigionieri composero nei lager nazisti, – c’erano sei orchestre, di cui una femminile, e persino un’orchestrina jazz. A Buchenwald un’orchestra di 83 strumenti, bande di ottoni e cori, a Nienburg am Weser fu possibile eseguire la Nona sinfonia di Beethoven con 150 elementi. Altrove, invece gli strumenti erano pochi. Non mancano mai però quelli poveri: chitarra, fisarmonica, persino ocarina». Si suonava per i prigionieri e per le guardie, in auditorium improvvisati, come le latrine, in sale adattate a teatro, nel circolo ufficiali, in occasione delle visite della Gestapo e all’arrivo dei treni dei deportati.

E’ proprio partendo dalle relazioni tra Musica e Campi di concentramento che gli alunni della Scuola secondaria di primo grado dell’I. C. di Serino hanno focalizzato gli eventi per la  Giornata della Memoria 2019: la lettura di questi spartiti ha condotto profonde riflessioni di Cittadinanza, intesa non come la semplice appartenenza o l’osservanza delle regole di una società, ma come il voler vivere insieme nel pluralismo e nel rispetto delle differenze, dando vita alla nostra Mostra, in collaborazione al team dei docenti di Musica e strumento, nonché  di Arte, dal titoloMusica e Shoah: gli spartiti ed il senso di libertà”

  • Un manichino funge da musicista: è senza volto, privo di identità… sul suo pigiama, rigorosamente a righe, la stella di David, di colore giallo, come un marchio identificativo di chi ha avuto la colpa di essere vissuto in quel periodo..
  • … ai piedi il suo violino senza corde, senza ponte, immobile ed inutile perché non vuole più produrre musica di quel genere;
  • di fronte una vecchia pianola ingiallita, insieme al suo spartito, rimasta aperta, come quelle ferite indotte dal tempo e delle matite che hanno smesso di imprimere musica, adagiate su un quaderno ingiallito;
  • la custodia del violino rimasta aperta, inutile è priva del suo ruolo perché non può più condurre lo strumento fuori da quel campo…esso è prigioniero di quel tempo..
  • delle melodie iniziate, abbozzate, interrotte, come quelle vite maltrattate e calpestate;
  • una cesta, un vaso di terracotta, che fungono da recipienti contenitori in cui venivano riposti gli spartiti…
  • un pezzo di stoffa, della cartaigienica, un sacco di juta, materiale di fortuna su cui si scrive la musica e persino un manifesto che annuncia un concerto;
  • un pentagramma grezzo, i cui fili sono di ferro spinato, il quale  riproduce due battute di un pezzo musicale, abbellito da note di colore nero, prive del loro valore musicale, in contrapposizione alla bellezza sonora che può essere evocata da  semibrevi e crome; l’assenza del tempo musicale riconduce ad un’idea astratta ed assume un valore infinito;
  • una sedia di paglia rovinata dal tempo, svuotata dal suo involucro di paglia, priva di essenza, come il senso di sgomento di chi obbligato a sedersi lì, deve comporre a costo della sua vita.

 

Ci  viene a questo punto di pensare  a due affermazioni importanti sulla musica:  Oscar Wilde  diceva che “la musica è l’arte che è più vicina alle lacrime e alla memoria” e Johann Sebastian Bach che  “La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori”.

In entrambe le frasi, storicamente scritte prima del ‘900 e lontane dall’istituzione dei primi campi che risalgono al 1933 (Dachau) ci sono verità universali, e calzanti: la Musica prodotta in quei campi è oggi per noi Memoria di quelle lacrime versate ingiustamente, melodie che  assurgono il significato della speranza di chi componeva, una sorta di capro espiatorio che aiutava a non sentire dentro quell’ indifferenza ….ma è ancor di più per noi quel silenzio che ha aspettato troppo tempo prima di diventare un grido d’aiuto. Alle nuove generazioni la consapevolezza che la Musica è speranza, mentre il silenzio uccide perché sa nutrirsi di indifferenza e brutalità!

                                                    Articolo a cura della prof.ssa Pianese Tiziana

 

In allegato tratti dalla colonna sonora di Nicola Piovani dal film La Vita è bella:

  • brano musicale “Buongiorno Principessa” eseguito al violino dall’alunna Gloriante Angela Anna della classe del Maestro Musto Giuseppe

 

  • “Beautiful that way” cantato dal Coro dell’I.C. Serino, diretto dal Maestro Pina Petrarca